Nel suo ultimo libro Il sogno europeo (Mondadori, 2005), l’economista americano Jeremy Rifkin tesse le lodi di un nuovo modello di vita, ispirato ai principi di solidarietà e sostenibilità, e incarnato nella cultura europea. Rispetto all’American Dream, il modello nostrano avrebbe una serie di vantaggi, tra cui una maggiore predisposizione a un mondo globalizzato e multiculturale, e la mediazione di un sistema sociale più orientato alla qualità complessiva della vita.
Se nei circoli intellettuali conservatori americani si parla di “fine della storia”, secondo cui il modello delle democrazie capitalistiche occidentali avrebbe ormai trionfato e non sarà sostituito da un modello alternativo, “il sogno europeo suggerisce l’inizio di una storia diversa. Nella nuova visione del futuro, l’evoluzione personale diventa più importante dell’accumulazione individuale di ricchezza”. Secondo i dati pubblicati dall’Eurobarometer, l’Italia è particolarmente pessimista riguardo la propria condizione economica. Solo il 37% degli italiani ritiene che la propria situazione personale migliorerà nei prossimi dodici mesi, mentre il 43% è convinto che in generale la situazione italiana peggiorerà nel prossimo anno. In generale in Europa gli stipendi sono mediamente più bassi che in America (il reddito pro capite europeo è in media solo il 72% di quello americano) ma c’è da dire che un americano in media lavora 1877 ore all’anno, più di qualunque altra nazione industrializzata. E colpisce l’opinione di Rifkin al riguardo: “Se si misura la qualità della vita in termini di remunerazione, gli americani sono più ricchi della media degli europei del 29%. Ma se la si misura in termini di tempo libero, in media gli europei ne hanno a disposizione ogni anno da quattro a dieci settimane in più. La questione, dunque, è se il 29% di ricchezza in più possa comprare più gioia e felicità, almeno a sufficienza per compensare la rinuncia a due o tre mesi di tempo libero all’anno”. L’ottimismo europeista di Rifkin è un toccasana in un momento in cui il consenso verso le istituzioni europee da parte dei singoli paesi membri è ai suoi minimi storici. Anche se l’Italia è ancora tra i paesi più positivi: sempre secondo l’indagine della Commissione Europea, gli italiani hanno infatti buone aspettative dalle prospettive europee, più della media UE. In particolare tendiamo a fidarci di più delle istituzioni europee che non di quelle nazionali. La valutazione positiva dell’appartenenza all’Unione Europea viene espressa dal 56% degli italiani, un valore in calo rispetto agli anni passati ma comunque leggermente superiore alla media europea che si attesta al 54%. E l’atteggiamento positivo verso l’integrazione politica è espresso dal 69% degli italiani, dato tra i più alti in Europa che complessivamente registra una media del 58% di consensi. Si tratta di valori sensibilmente inferiori all’altissima valutazione che un americano medio dà del senso di appartenenza agli Stati Uniti. Il fatto di essere un popolo scarsamente patriottico fa dell’Europa, secondo Rifkin, un paese più aperto all’integrazione con culture diverse: “Se in Europa l’orgoglio nazionale si sta indebolendo non è perché gli europei siano meno innamorati dei propri paesi, quanto piuttosto perché la loro identità e la loro lealtà si estendono oggi oltre i confini dello Stato-nazione, trasformandosi in un più ampio e profondo senso di integrazione con il resto del mondo”. Approfondimenti:
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