Nel momento in cui è maturata l’idea di produrre un vademecum sul nuovo Trattato di Basilea 2 specificamente pensato per i commercialisti (da sempre i punti di rifermento per le imprese nelle fasi di accesso al mercato dei capitali), nella comunità dei professionisti che operano a fianco delle aziende (consulenti, esperti contabili e commercialisti, ecc.) era ben lontano il pensiero dell’ondata di eventi critici che avrebbe dato vita ad una delle crisi finanziarie più gravi della storia del capitalismo mondiale. Crisi finanziaria che, purtroppo, si aggiunge ad una pregressa situazione di crescita del PIL occidentale vicina allo zero (dal mio piccolo osservatorio di professionista del Centro-Italia, a stento trattengo la parola “recessione”). Nonostante questa difficile ed ancora incerta situazione, l’UNDGCEC (Unione dei Giovani Dottori Commercialisti ed Esperti Contabili) ha comunque deciso di pubblicare il documento “LA VALUTAZIONE DEL RISCHIO DI CREDITO IN “BASILEA 2”. LE LINEE GUIDA PER IL COMMERCIALISTA.” Il motivo è estremamente semplice: «la vita continua», direbbero i nostri nonni, e, ora più che mai, si rendono necessarie forti professionalità di supporto alle imprese nella gestione dei fabbisogni finanziari aziendali, soprattutto in considerazione di del fatto del possibile manifestarsi di fenomeni di contingentamento del credito, soprattutto nei confronti di soggetti aziendali “più deboli”. L’argomento, quindi, ora più che mai è di stringente attualità, per professionisti ed imprese, anche di fronte alla paventata possibilità di una revisione del Trattato (un nuovo Basilea III). Per il momento, però, ci sono solo le regole dell’attuale sistema, e con queste dobbiamo confrontarci. In molti, soprattutto nelle aziende, si chiedono, però, quali siano state le cause di questo enorme crash finanziario, che rischia di coinvolgere l’economia reale se si dovessero chiudere i “rubinetti” del credito. Il governatore di BankItalia, Mario Draghi, in questi ultimi giorni ha dichiarato pubblicamente la debolezza del sistema di regole di Basilea II, la sua cosiddetta pro ciclicità. In altri termini, la sua tendenza ad aggravare la situazione di chi già sta male. È emersa, infatti, alla luce dei fatti disastrosi di cui siamo stati spettatori, la necessità di introdurre nuovi sistemi di regole che innalzino il livello di responsabilità delle banche attivando processi di modellizzazione interna, attraverso un’attività sistematica di risk management, stress test, vigilanza dell'internal audit e dei regolatori locali. In fondo, per non dover inoltrarci in lunghe e complesse analisi irte di tecnicismi, qual è stata la root cause, la causa radice, di questa crisi? Se ci pensiamo attentamente, dopo aver studiato gli accadimenti di questo periodo sul mercato dei titoli (in particolare dei famigerati derivatives), si era instaurato, nei suddetti mercati, un pericoloso meccanismo per cui il debito si rifinanziava con altro debito, quale leva (finanziaria) per moltiplicare la ricchezza1, senza, però, avere una sufficiente trasparenza sulle posizioni di rischio che si andavano aprendo. Pensiamo al fenomeno delle cartolarizzazioni: in fondo sono operazioni di smobilizzo di debiti, per recuperare liquidità, liquidità ulteriormente reinvestibile/reinvestita. Anche per i non esperti di finanza, è palese la delicatezza dell’operazione citata, in quanto i nuovi investimenti realizzati avevano alle loro spalle coperture rappresentate, non da equity o altre risorse effettivamente disponibili, ma da ulteriore debito (gli asset cartolarizzati). E il rischio? Chi o cosa doveva garantirne la necessaria copertura in caso di default? Romeo Battigaglia, partner di Simmons & Simmons, in una sua intervista sul Sole 24 ore, ha dichiarato: «La crisi attuale dimostra che lo Stato è sempre il prestatore (garante) di ultima istanza. In questo modo si ritorna di fatto alla vecchia classificazione di mercato della tanto vituperata Basilea 1. Ossia: corporate rischio 100%, banche rischio 50%, enti locali 20%, Stato rischio zero. Quel che serve è dunque tornare ad una maggior divisione per soggetti, perché il modello retato (dei rating), esterno e interno, si è rivelato un fallimento». È lapalissiano che, se il rischio ab origine in capo agli intermediari finanziari viene trasferito sullo Stato attraverso il suo diretto intervento di garanzia (intervento che sottrae risorse, ndr), questo si ripercuoterà su famiglie ed imprese, la spina dorsale delle economie mondiali. Ergo, un possibile ulteriore peggioramento delle performance dell’economia reale. Davide Contini, partner di Dewey & LeBoeuf, in una sua intervista sempre sul Sole 24 Ore, ha dichiarato: «Chi infatti ha acquistato negli ultimi anni aziende a leva, lo ha fatto scaricando il costo delle azioni sulle società operative……….In questi casi Basilea 2 rischia di essere un vincolo/capestro, perché oggi è difficile ri-programmare un finanziamento……..Con il paradosso che molte imprese rischiano l'insolvenza se il sistema bancario smette di sostenerle». Infatti, un altro aspetto che è “violentemente” emerso da questa crisi, è rappresentato anche dagli squilibri delle strutture patrimoniali e finanziarie di molte aziende, sovraesposte verso il sistema creditizio. Questa sovraesposizione (spesso accompagnata da situazioni di sottocapitalizzazione endemica e da non adeguati sistemi di gestione del rischio e delle garanzie) ha fatto sì che molti soggetti industriali fossero immediatamente coinvolti dalla crisi degli operatori finanziari, con ovvi riflessi negativi sulle economie reali dei paesi. Purtroppo, ulteriore nota dolente di cui si parlerà ancora in seguito, negli ultimi due decenni abbiamo assistito ad una forte spinta verso un utilizzo della funzione Finanza delle imprese in ottica speculativa. Da fondamentale processo di supporto alle attività core dei vari business (progettazione e sviluppo, produzione e vendita), a centro di profitto “improprio” non adeguatamente assistito da meccanismi di gestione e contenimento del rischio. È di conoscenza comune, infatti, la realtà per la quale molti soggetti industriali investivano massicce risorse sul mercato dei derivati, fuorviando dalla loro natura di strumenti di copertura del rischio, ma giocando invece sull’apertura di posizioni “innaturalmente” speculative. Urge, pertanto, attivare processi strutturati, condivisi, inter-istituzionali, per una reingegnerizzazione dei requisiti patrimoniali, organizzativi e gestionali del sistema creditizio-finanziario:
Il processo sarà estremamente complesso, e coinvolgerà una molteplicità di attori: ![]() Ma anche le imprese dovranno mobilitarsi, con estrema urgenza. Proprio, in questi giorni, la FONDAZIONE CENTRO STUDI dell’UNGDC ha realizzato un interessante documento, «CRISI FINANZIARIA. LA “RICETTA” DELL’UNIONE GIOVANI DOTTORI COMMERCIALISTI». In esso è possibile leggere importanti osservazioni, che condivido pienamente. Cito testualmente: «Dall’attuale crisi emerge altresì l’importanza e la centralità del bilancio d’esercizio quale strumento per tutti gli stakeholders finalizzato a fornire una fotografia della situazione patrimoniale, economica e finanziaria della società. Come emerge dai tempestivi interventi correttivi posti in essere in questi giorni a tempo di record dalle istituzioni contabili internazionali (il riferimento è in primis allo IASB), occorre ripensare in modo critico all’utilizzo di alcuni criteri di valutazione previsti dai Principi Contabili Internazionali (IAS/IFRS)2. In particolare il riferimento è al cosiddetto metodo delfair value che rappresenta per alcune poste contabili un criterio alternativo a quello del costo storico mentre per altre il criterio principale. A tal riguardo la riscoperta del costo storico quale criterio prevalente e soprattutto l’importanza gerarchica del principio della prudenza, appaiono oggi più che mai due must ai quali sottostare. I fatti di questi giorni hanno dimostrato che sacrificare il criterio del costo storico e, conseguentemente il principio della prudenza, a vantaggio dell’espressione degli assets ad un valore prossimo a quello di mercato, tramite il fair value, è un azzardo pieno di rischi per la bontà delle informazioni fornite a tutti gli stakeholders, che ha contribuito in modo decisivo alla sopravvalutazione dei valori». Il documento continua, poi, affermando che: «Le difficoltà che hanno portato l’attuale sistema economico e finanziario sull’orlo del collasso sono anche da ricercare in una scarsa attenzione alla reale situazione finanziaria delle società con particolare riferimento al rischio finanziario di ciascun operatore. La caduta di alcuni soggetti prevalentemente in ambito finanziario ha innescato una catena di default che hanno finito per interessare anche soggetti operativi nel campo industriale maggiormente esposti con il sistema creditizio e con elevati rischi connessi alla loro struttura patrimoniale/finanziaria (già sottolineato in precedenza in questo articolo). Tale percorso è arrivato oggi ad interessare sempre più a macchia d’olio tutte le imprese, anche quelle rientranti nella categoria delle PMI. Più in generale non va dimenticato che il fallimento di una impresa industriale, indipendentemente dalla sua dimensione, non è oggi più un solo rischio da valutare in termini privatistici e ristretti, bensì un danno per tutto il sistema economico con possibili ripercussioni negative per tutti gli operatori. Tanto più il numero di soggetti coinvolti è ampio, tanto più la gravità dei default è grave. Occorre pertanto promuovere iniziative volte a limitare il rischio di default a catena delle imprese industriali. Una possibile soluzione potrebbe essere quella di rendere obbligatorio per tutte le società un controllo della situazione finanziaria da parte di un soggetto esterno professionalmente preparato che si concluderebbe con l’emissione di una valutazione del rischio di default di tale soggetto. L’idea potrebbe essere quella di introdurre una nuova figura di controllo che ricopra la qualifica di “revisore della finanza”. A quanto sopra riportato, non si può dimenticare di aggiungere i gravi danni prodotti al sistema da quegli strumenti di finanza derivata (swap, IRS, forward, futures, etc.) che spesso, a volte anche per colpa dei soggetti che li hanno proposti, sono stati sottoscritti ed impiegati dalle imprese non per le loro reali finalità di copertura ma per finalità speculative del tutto estranee all’attività d’impresa. Al fine di ridurre al minimo i rischi per il sistema connessi all’abuso di tali strumenti, occorrerebbe introdurre un limite oggettivo alla loro possibilità di utilizzo. Tale limite potrebbe essere individuato in modo ragionevole in un multiplo del patrimonio netto dell’impresa». Ma occorre affrontare anche ulteriori problemi endogeni alle nostro sistema imprenditoriale, composto al 90% circa da PMI, all’interno delle quali spicca per numerosità il segmento delle microimprese (imprese con meno di 10 dipendenti e con un fatturato annuo oppure un totale di bilancio annuo non superiore a 2 milioni di euro):
Problemi ai quali, la guida proposta dall’UNGDC (a cui ho avuto l’onore di partecipare) pone risposte e soluzioni concrete, non contestualizzabili esclusivamente all’applicazione dei principi di compliance alle regole del Trattato, ma ispirate alle migliori prassi di management d’impresa e pertanto utilizzabili di per sé stesse, per la loro capacità di fornire un efficace supporto alla gestione economico-finanziaria delle nostre aziende. L’attuale ambiente operativo, impone infatti alle imprese la necessità di un rapido sviluppo delle funzioni Amministrazione e Finanza, anche in un’ottica di compliance legislativa (si pensi ad es., al Dlgs. 231/01). Ma tale sviluppo, deve in primis essere animato da una spinta ad un responsabile miglioramento della gestione dei flussi monetari, e della comunicazione amministrativo/finanziaria a tutti i portatori d’interesse. Infatti, di norma, le sintomaticità di crisi nelle aziende, vengono avvertite in prima battuta dal punto di vista reddituale, in base ad una semplice “scala” di fenomeni critici:
Ma può anche palesarsi il caso (suffragato dai fatti di questi giorni) per cui la crisi aziendale si manifesti nel seguente ordine:
Pertanto, le aziende, devono assolutamente mobilitarsi per la tutela del loro business, utilizzando anche semplici strumenti, che possano però garantire il controllo e la gestione attiva della struttura finanziaria d’azienda e del rischio ad essa collegato:
TAG:
Se hai trovato questi contenuti interessanti, abbonati alla newsletter PMI. È una mail gratuita che tutte le settimane ti informa sulle novità, sugli articoli, le scadenze e gli eventi più importanti. Ci trovi anche su Facebook e Twitter.
|