Un'ultima riflessione sulle operazioni in divisa. Un buon direttore finanziario o un buon imprenditore devono saper sfruttare a fondo i frutti derivanti dal una corretto monitoraggio di questo tipo di rischio. La prima considerazione da farsi è che lo scopo di un'impresa industriale deve essere quello di vendere con un buon margine di guadagno il proprio prodotto, non quello di speculare sui cambi. Non dovrebbe avere, vocazione di trading sulle divise.
L'ingresso dell'euro sul mercato dei cambi ha ridotto notevolmente il numero degli attori, ma ciononostante, rimangono sempre in auge valute di scambio importanti come dollaro Usa e sterlina inglese. L'atteggiamento di un esportatore abituale deve essere improntato a pareggiare in qualche modo le divise, o con coperture a termine o con flussi opposti in medesima valuta. Chi acquista materia prima in valute diverse dall'euro e rivende in quelle stesse valute può attivare un conto valutario su cui "parcheggiare" le giacenze in valuta (per esempio dollari) in attesa di utilizzarli per i pagamenti nella medesima divisa. In questo caso il soggetto dovrà coprirsi a termine soltanto per la quantità residua derivante dalla differenza tra divisa incamerata e valuta da utilizzare per le transazioni a proprio sfavore (pagamenti di fornitori). Con una copertura a termine l'azienda acquista o vende a una certa data della valuta a un prezzo prefissato, cosa che appunto gli permette di neutralizzare l'effetto cambio. Infatti, avendo a suo tempo costruito i propri listini prezzi sulla base di un cambio ipotetico è in questo modo certa di non subire scossoni inaspettati dal mercato. Parimenti non si verificano effetti negativi dal pareggio delle divise derivante da flussi opposti (ad esempio incassi e pagamenti in dollari). L'importante è non lasciare la gestione delle valute alla mercè degli avvenimenti, ma eliminare ogni fonte di rischio, assicurando all'impresa i margini industriali fissati a priori nel momento in cui si è stabilito un prezzo di vendita. Ovvio che a volte l'altra faccia della medaglia può essere rappresentata da mancati introiti supplementari di natura speculativa. Se io acquisto in dollari e non mi copro e non ho introiti in quella divisa derivanti da esportazioni, potrei lasciare aperto il rischio di cambio, scommettendo sul rafforzamento dell'euro nei confronti della divisa Usa. Se però a scadenza questa ipotesi non dovesse verificarsi, io mi troverei a dover pagare un debito superiore a quello a suo tempo contratto con il fornitore, "lievitato" della componente speculativa dovuta al mancato verificarsi delle mie attese sul cross rate (rapporto di cambio) tra dollaro e euro. I riflessi su Basilea 2 sono molteplici. Il Codice civile impone di valorizzare le giacenze in divisa depositate sui conti valutari al cambio del 31 dicembre di ciascun anno. Di fatto quindi ancorché l'imprenditore abbia fatto bene il suo lavoro e sappia che a fronte di quelle giacenze ci sono dei pagamenti nella stessa divisa da effettuare utilizzando quelle risorse, potrebbe trovarsi nell'assurda condizione di contabilizzare in un esercizio delle perdite su cambi assolutamente fittizie. Ecco un esempio: se si detiene sul conto valutario dei dollari derivanti da esportazioni e si intende utilizzarli per pagare a breve delle importazioni, ovviamente sempre in dollari, di fatto non si è soggetti a rischi di cambio. Contabilmente però, al 31 dicembre si è tenuti a valorizzare quelle divise "al prezzo corrente", cioè al cambio del giorno, che potrebbe essere più sfavorevole di quello a cui sono state valorizzate a suo tempo quei dollari. Si potrebbe a suo tempo aver incamerato quei dollari a 1,35, mentre al 31 dicembre il rapporto di cambio potrebbe essere 1,45. Il rafforzamento dell'euro nei confronti del dollaro crea una perdita su cambi da iscrivere a bilancio per 0,10. Tale perdita è fittizia, in quanto non si trasformeranno quei dollari in euro, ma si baratteranno con il pagamento di una fornitura in dollari. Ai fini dell'analisi di bilancio e di Basilea 2, le perdite su cambi, peggiorando la gestione finanziaria, penalizzeranno l'impresa in termini di rating. Dovrà essere cura dell'imprenditore o di chi ne fa le veci finanziarie spiegare al gestore dell'istituto bancario che la perdita in realtà non esiste nel caso di compensazione di flusso tramite giacenze sul conto valutario. Sarà parimenti suo compito spiegare che la gestione delle valute è oculata e non lasciata al caso, che non espone l'azienda a crisi di liquidità derivanti dalla mancata copertura del rischio. Lo scopo di queste informazioni sarà di influenzare positivamente i ratios qualitativi dei modelli di rating (i cosiddetti intangibles), che assumono valori diversi a seconda dell'impressione più o meno positiva che l'impresa ha suscitato nel suo interlocutore bancario.
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