Il distretto produttivo si identifica in un'area territoriale con una marcata concentrazione di piccole e medie imprese industriali ad elevata specializzazione produttiva, generalmente caratterizzate da un'elevata interdipendenza dei loro cicli produttivi e fortemente integrate con l'ambiente socio-economico locale che le ospita (1). Il distretto produttivo si caratterizza e si differenzia, dunque, da altri modelli organizzativi per il fatto che nasce e si sviluppa su un'area geografica circoscritta, caratterizzata da una particolare vocazione produttiva legata ad una tradizione artigianale o alla disponibilità di risorse naturali già presenti nell'area e da una serie di condizioni favorevoli di contesto: forte identità locale; attaccamento al territorio e condivisione di valori e stili di comportamento; professionalità diffusa e qualificata, risorse di conoscenza e relazionali; presenza di infrastrutture adeguate. Questi fattori, insieme, hanno dato e danno impulso all'imprenditorialità locale e favoriscono la nascita di nuove imprese industriali nonché processi di spinoff (2). Inoltre, in tali contesti, le istituzioni pubbliche e private (Regioni, Province, Comuni, Camere di Commercio, strutture di ricerca e formazione a livello locale e nazionale, organizzazioni imprenditoriali, istituti di credito) da sempre giocano un ruolo decisivo nella promozione dello sviluppo dei sistemi economici locali e delle loro imprese, attraverso l'erogazione di servizi, la predisposizione di infrastrutture e di aree attrezzate, il supporto di scuole di formazione e di iniziative formative in genere, atte a predisporre le competenze tecniche di base e lo sviluppo della classe imprenditoriale. Queste caratteristiche hanno garantito fino ad oggi il successo dei distretti. Tuttavia, in questi anni il processo evolutivo del modello distrettuale è nella fase della maturità, caratterizzata da una serie di criticità, sia a livello di contesto che di singola impresa (3). Si fa riferimento, in primo luogo, ai ritardi della tecnologia, alla debolezza delle politiche di marketing, alle problematiche connesse alla struttura ed alla gestione finanziaria, al basso livello di pianificazione della cooperazione tra imprese. Al fine di ridurre e/o evitare la crisi e contestualmente favorire lo sviluppo competitivo del modello distrettuale è necessario, pertanto, potenziare la ricerca; sviluppare l'internazionalizzazione; migliorare la gestione finanziaria delle imprese distrettuali; creare modelli di cooperazione tra le imprese e adottare strutture e strategie di governance efficiente (4). L'evidenza empirica mostra che i distretti «virtuosi» si caratterizzano per: | • | la presenza di strutture di governance e coordinamento che promuovono attività di supporto e sviluppo alle imprese distrettuali creando le giuste sinergie con i diversi soggetti del territorio; | | • | l'appartenenza ad associazioni, enti, istituzioni (tipicamente le camere di commercio o le associazioni industriali) che fungono, tra le diverse attività, anche da centri di aggregazione degli interessi dei distretti medesimi; | | • | la presenza di centri servizi, che hanno una cultura di relazioni con Università, centri di ricerca, ecc. e che svolgono efficaci servizi a supporto delle politiche di sviluppo delle imprese distrettuali. |
Nei Distretti che rappresentano best practice consolidate, la forma organizzativa adottata per la realizzazione degli interventi connessi al loro sviluppo prevede prevalentemente la costituzione e l'operatività di: | • | Comitati di distretto; | | • | Centri servizi; | | • | Osservatori; | | • | Associazioni/Consorzi tra aziende e tra queste e le istituzioni locali; | | • | Fondazioni; | | • | Agenzie regionali per l'innovazione e sportelli di assistenza per le imprese. |
Questi enti garantiscono una governance condivisa del sistema per attivare e sviluppare iniziative comuni tra le aziende e stimolare il coinvolgimento di scuole, enti di formazione professionale, Università e centri di ricerca. Gli organi di rappresentanza del distretto occupano un ruolo fondamentale sia all'interno del distretto nei rapporti tra le aziende sia all'esterno del distretto per le relazioni con le istituzioni. In particolare, tali organismi: | • | garantiscono il contatto delle imprese con tutte le componenti del distretto, con i partner commerciali e con le istituzioni locali; | | • | alimentano scambi di informazioni e garantiscono diffusione di best practice, del know-how e delle tecnologie innovative tra gli imprenditori, gli enti di ricerca, anche mediante la creazione di laboratori di supporto per la ricerca e sviluppo (5); | | • | sostengono le attività di promozione e commercializzazione, con particolare riferimento ai mercati esteri, non soltanto delle produzioni tipiche del distretto dei prodotti ma soprattutto alla valorizzazione della specificità economica, sociale e culturale locale attraverso l'adozione di un marchio territoriale di qualità (o marchio di distretto), idoneo a certificare gli standard qualitativi e a tutelare da fenomeni di concorrenza sleale i prodotti (industriali e non) espressi dall'area (6); | | • | pongono in essere attività finalizzate a formare nuove professionalità da inserire nel sistema produttivo ovvero a qualificare le competenze già presenti e disponibili sul territorio (7). |
__________ Note: (1) Cfr. Ricciardi A. (2003), Le reti di imprese, Franco Angeli, Milano, p.117. Da un punto di vista giuridico, i distretti produttivi hanno ricevuto un primo riconoscimento normativo con la Legge n. 317 del 5 ottobre 1991 (Interventi per l'innovazione e lo sviluppo delle piccole imprese), le cui disposizioni in merito sono state poi modificate dalla Legge 144/1999 (Norme in materia di attività produttive) e, successivamente, integrate dalle Legge 23 dicembre 2005, n. 266 (Finanziaria 2006) che, ai commi 366-372, ha disposto norme di natura fiscale, amministrativa, finanziaria e di sostegno alla ricerca per i distretti produttivi. (2) Cfr. Becattini G. (1991), Il distretto industriale marshalliano come concetto socio-economico, in Pyke F., Becattini G. e Sengenberger W., «Distretti industriali e cooperazione fra imprese in Italia», Quaderno n. 34 di Studi e Informazioni della Banca Toscana; Becattini G. (2007), Il calabrone Italia, Il Mulino, Bologna; ISTAT (2006), 8º Censimento generale dell'industria e dei servizi. Distretti industriali e sistemi locali del lavoro. Censimento 2001, Roma; Mediobanca-Unioncamere (2008), Le medie imprese industriali italiane (1996-2005). (3) Cfr. Ricciardi A. (2007), Le prospettive dei distretti italiani: crisi o sviluppo?, in Amministrazione & Finanza - Inserto, n. 22/2007. (4) Cfr. Ricciardi A. (2007), Pmi dei distretti industriali: nuovi modelli organizzativi, in Il Sole 24 Ore - Guida a Basilea 2, Luglio-agosto. (5) In questo ambito si annoverano, tra le numerose iniziative: il Centro Ceramico a Bologna (Consorzio Universitario per la gestione del centro di ricerca e sperimentazione per l'industria ceramica) che opera in particolare al servizio delle imprese del distretto di Sassuolo (dall'analisi e prove sulle materie prime alla certificazione di qualità sui prodotti finiti); il Cestec in Lombardia che funge da sportello di consulenza alle Pmi per l'introduzione nei processi produttivi di nuovi materiali e nuove tecnologie per la diminuzione degli effetti inquinanti; i Centri Iselqui ad Ancona (calzature e mobili), Spint di Prato e Tessile di Como, Texilia a Biella che operano nell'ambito dell'applicazione di sistemi di automazione flessibile nei settori delle calzature, del mobile e del tessile-abbigliamento. (6) Tra i primi a promuovere il marchio del distretto sono stati i i distretti di Biella (tessile), Lumezzane (meccanica), Verona (marmo), Arezzo (oreficeria). (7) Questa funzione è normalmente assunta dagli Istituti tecnici, dalle Associazioni degli imprenditori e dai centri servizi. Nelle Marche, ad esempio, per sostenere la crescita delle aziende locali sono state istituiti corsi ad indirizzo calzaturiero e pellettiero destinati a preparare nuove professionalità da inserire nel sistema produttivo e sono stati stipulati accordi con l'Università di Ancona per avviare la specializzazione in ingegneria logistica della produzione. Autore: Patrizia Pastore - Ricercatore di Economia aziendale, Facoltà di Economia - Università della Calabria Fonte: Amministrazione & Finanza - Ipsoa Editore, n. 11, Giugno 2008
TAG:
Se hai trovato questi contenuti interessanti, abbonati alla newsletter PMI. È una mail gratuita che tutte le settimane ti informa sulle novità, sugli articoli, le scadenze e gli eventi più importanti. Ci trovi anche su Facebook e Twitter.
| |