Internazionalizzazione e innovazione

Il rilancio delle Pmi italiane

*

Nel 2007 il surplus commerciale delle «4º» del made in Italy (Alimentari-vini, Abbigliamentomoda, Arredo-casa, Automazione-meccanica) ha raggiunto 113 miliardi di euro (1).

Secondo Q. Curzio, tale performance è il risultato dello sforzo compiuto in questi anni dalle imprese italiane che, dopo aver subito i contraccolpi delle nuove condizioni competitive e valutarie, hanno reagito «imboccando un sentiero di sviluppo con due caratteristiche: innovazione e internazionalizzazione» 1; ciò nonostante si parli di declino del sistema italiano (che taluni riconducono alla specializzazione delle nostre imprese in settori sbagliati dell'industria manifatturiera e alle ridotte dimensioni delle nostre Pmi, considerate troppo piccole per tener testa alla globalizzazione).

Con riferimento alle cause del boom dell'export è da rilevare che, in una prima fase del ciclo economico italiano, relativo agli anni 2002-2005, il tasso di variazione medio del Pil è stato dello 0,5%; in una seconda fase si è registrata un'accelerazione della crescita di tale tasso, pari all'1,7%, e un incremento delle esportazioni (passate dal 25,5% del Pil 2002 al 26,1% nel 2006).

Per comprendere questo fenomeno italiano vanno considerati i tre fattori che hanno modificato le regole e gli assetti del mercato internazionale:

1.

l'attivazione dell'unione monetaria;

2.

l'ingresso di nuovi produttori a basso costo di lavoro (quali Cina e India);

3.

l'euro forte.

Protagonisti di questa trasformazione sono i distretti industriali (2), che caratterizzano il nostro sistema economico nazionale e che si contraddistinguono per la forte propensione all'esportazione.

Questi hanno superato il periodo di sofferenza del 2004-2005 attraversato la riqualificazione dei prodotti, il riposizionamento su segmenti di mercato di fascia più elevata, la ricerca di nuovi sbocchi, l'incremento della dimensione delle imprese (sono cresciute le medie imprese, con dimensione compresa tra i 50 e i 499 dipendenti, facendo emergere più aziende leader internazionalizzate), la ri-specializzazione nella produzione di beni intermedi e strumentali, il maggiore investimento sul capitale umano (assunzione di lavoratori skilled), l'attività innovativa formalizzata.

Una ricerca condotta dall'Università Cattolica (3) fa rilevare che uno dei tratti che accomuna le imprese che hanno successo all'estero è la loro strategia di specializzazione. Tramite la focalizzazione di uno o pochi segmenti di clientela o la produzione di particolari tipi di prodotto, tali imprese soddisfano meglio le esigenze dei clienti e sono in grado di fronteggiare la concorrenza.

La ricerca rileva anche il posizionamento di alcune di dette imprese sulle fasce alte del mercato, che consente loro di applicare un price premium che compensa i maggiori costi sostenuti per differenziare i prodotti e accrescerne la qualità.

L'indagine rileva l'importante ruolo che assume l'innovazione nella competizione sui mercati internazionali, pur potendo le Pmi essere penalizzate dalla loro dimensione (mediamente inferiore a quella delle imprese di altri Paesi), che non permette di effettuare alti investimenti in nuove tecnologie.

Da ulteriori indagini svolte sull'internazionalizzazione delle Pmi (4) emerge che gli elementi innovativi del marketing industriale sono da ricercare nelle caratteristiche del mercato (livello della domanda, localizzazione dei mercati, comportamento di acquisto degli utenti industriali, processi di interazione tra users e producers), e non più nelle sole caratteristiche del prodotto.

Pertanto il produttore deve conoscere le aspettative dell'acquirente, orientando le sue percezioni (marketing mix approach) e individuando le soluzioni organizzative idonee per un'efficace gestione del rapporto di scambio con l'utilizzatore (marketing relazionale).

L'orientamento al procurement da parte delle aziende clienti si basa su rapporti cooperativi e contrattuali, miranti a conseguire obiettivi di riduzione dei costi dei processi produttivi (target costing) e di riduzione dei prezzi di acquisto dei componenti (target price).

__________
Note:
(1) Si veda la ricerca commissionata dal settimanale Economy: «L'internazionalizzazione del sistema industriale italiano. Una sfida per le Pmi e i Distretti Industriali», Centro di Ricerche in Analisi Economica e Sviluppo Economico Internazionale (Cranec), Università Cattolica di Milano, 2008.
(2) Tra le caratteristiche principali dei distretti vi è la loro forte vocazione all'export. Solo nel 2006 la quota export sul totale del fatturato è stata del 51%, contro il 41,9% realizzato dalle aree non distrettuali. La quota export sul totale del fatturato è significativamente aumentata negli anni, passando dal 39% del 1991 al 48,3% del 2000, raggiungendo il 51% nel 2006 (Banca Intesa, 2008).
(3) Università Cattolica, «Strategie di internazionalizzazione delle Pmi dell'area milanese», Milano, 2005.
(4) M.R. Marcone (2005).


Autore: Amedeo De Luca - Università Cattolica del «Sacro Cuore» di Milano
Fonte: Pmi - Ipsoa Editore, n. 11, Novembre 2008

Se hai trovato questi contenuti interessanti, abbonati alla newsletter PMI. È una mail gratuita che tutte le settimane ti informa sulle novità, sugli articoli, le scadenze e gli eventi più importanti. Ci trovi anche su Facebook e Twitter.


In partnership con IPSOA
**
**
**
**

Risorse
Chiudi