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Al lavoro

La responsabilità sociale delle aziende



Lavorare in un’azienda responsabile conviene?

Sapere che il proprio lavoro e quello dei colleghi non inquina l’ambiente, non disperde in giro materiali pericolosi, non sfrutta il lavoro minorile, non discrimina le donne, è molto confortante. Ma non risponde appieno al quesito.

La questione è infatti: l’azienda responsabile porta maggior benessere a chi ci lavora e ai propri clienti in modo misurabile e tangibile?

Opera in modo da non deturpare l’ambiente del pianeta?

Fa in modo da ridurre a zero la propria impronta così che le future generazioni possano trarre solo benefici dal suo operare?

La responsabilità civile dell'impresa

Ciò che abbiamo abbozzato sono solo alcuni quesiti che oggi vengono posti alle imprese.

Non è stato sempre così. Lo ricorda Stefano Zamagni, professore di Economia politica all’Università di Bologna, intervistato nell’ambito di un rapporto sulla “Responsabilità sociale” pubblicato dal Sole24Ore a fine marzo scorso.
Il 13 settembre 1970, dice Zamagni, l’economista liberista Milton Friedman scriveva sul New York Times:
“La responsabilità sociale dell’impresa è di aumentare i suoi profitti”.

Oggi non è più così: anche gli economisti liberisti più intransigenti riconoscono che le imprese possono prosperare non solo mirando a far profitti a tutti i costi e senza badare ai mezzi usati. Possono crescere tenendo conto anche di altri azionisti poco considerati negli anni Settanta, ossia gli azionisti “sociali”: oltre ai veri possessori delle azioni, i dipendenti, i clienti, i fornitori, il territorio in cui si trovano ossia le comunità locali e le istituzioni di riferimento, e infine l’ambiente in senso ecologico.

Questo è ciò che, in modo sintetico, va compreso nei termini di "Corporate social responsibility".
Zamagni traduce più opportunamente in “Responsabilità civile dell’impresa” che fa riemergere il senso più completo e antico del termine latino “cives”, cittadino.

A far emergere questa nuova consapevolezza di "responsabilità civile" dell’agire delle aziende è stata certamente la crescita della consapevolezza ecologica e dei rischi che il Pianeta corre se si continua con l’andazzo miope dello sfruttamento dissennato delle sue risorse.
Ciò ha portato a far emergere anzitutto la necessità di porre freni al peso, ovvero all’impatto ecologico dell’operare d’un’azienda, e alla responsabilizzazione degli imprenditori, facendosi carico anche di quando vengono usati i prodotti e di come vengono smaltiti.

Cresce insomma la spinta verso la maggior conoscenza dell’impronta delle attività umane: quanto cioè costano in termini di energia totale spesa per estrarre la materia, trasformarla, commercializzarla, consumarla, recuperarla. Il principio che si fa sempre più strada è salutare: chi inquina paga.

Dal vantaggio d'immagine all'apprezzamento dei consumatori

Ciò che ci si aspetta dall'imprenditore, quindi, non è più solo di creare prodotti di qualità e di retribuire i dipendenti ma anche di contribuire allo sviluppo della società con attenzione all’ambiente, badando a elevare la qualità del lavoro e investendo in attività utili alla comunità in cui opera.

Fino a non molto tempo fa il rispetto di queste responsabilità erano viste dagli imprenditori come aumento dei costi e attività rilevante solo per l’immagine dell’azienda.
Ricerche recenti, svolte da McKinsey e Company, citate nel Rapporto del Sole24Ore, mostrano invece che la buona reputazione dell’impresa, determinata anche dalle sue attività sociali, predispone i consumatori in modo molto più favorevole.

Insomma, si compra più volentieri da chi ha dimostrato di restituire al benessere collettivo parte dei propri profitti.

Anzi, Lenny Mendonca, direttore McKinsey, sottolinea che:
"Entrare in sintonia con le inquietudini sociali rappresenta un primo passo per cogliere nuove opportunità sul mercato. Come fanno alcune imprese che hanno individuato soluzioni creative ed economicamente praticabili su argomenti come la salvaguardia dell'acqua, la gestione della biodiversità, l'accesso al credito per i poveri, la cura dell’Aids… Solamente inglobando gli interessi della società nella strategia aziendale, le imprese possono soddisfare le aspettative collettive, creando anche le fondamenta per prosperare nel lungo termine."

L’esempio di Citizenship di Microsoft Italia

Un esempio a noi vicino: Microsoft Italia ha varato il programma Informatica in Comunità in collaborazione con il CNCA, Coordinamento Nazionale delle Comunità di Accoglienza e la Fondazione Adecco per le Pari Opportunità.

Il programma si propone di facilitare il reinserimento nel mondo del lavoro delle persone svantaggiate, per contrastare il disagio sociale e l’emarginazione in tutte le forme.

Le attività sociali di Microsoft in Italia sono raccolte sotto il termine Citizenship, per sottolineare il senso di cittadinanza estesa alla responsabilità sociale anche di un costruttore software.
Quattro sono le direttrici principali sulle quali si sviluppa la Citizenship.

  • Unlimited potential, un'iniziativa che mira ad abbattere le differenze tra chi ha e chi non ha possibilità di sviluppare il proprio potenziale di creatività fidando sulle nuove tecnologie

  • Innovazione, rivolta soprattutto agli enti e alle amministrazioni pubbliche locali e alle piccole e medie imprese italiane che stentano a profittare di quanto possibile attraverso l’Information Technology

  • Sicurezza e protezione dei minori, soprattutto quando essi si affacciano alla navigazione in Internet o utilizzano i videogiochi.

  • Inclusione e Pari Opportunità, un impegno globale per promuovere l’inclusione, a vantaggio del maggior numero possibile di beneficiari.

Le iniziative Microsoft Italia sono portate avanti in collaborazione sia con partner tecnologici sia, soprattutto, con Organizzazioni non governative (ONG) e non profit.

Il Bilancio Sociale

La "Corporate social responsibility", o CSR com’è abbreviata, è un atto volontario delle imprese e degli imprenditori. Non ci sono obblighi di legge. Anche se l’estensione delle materie di applicazione della Legge sulla responsabilità delle persone giuridiche e le altre disposizioni sulla privacy, la sicurezza dei dati e delle informazioni gestite in azienda, hanno imposto alle imprese l’adozione di misure di supervisione finora inconsuete.

Per implementarle, dunque, le imprese hanno introdotto metriche e organizzato flussi informativi che, in certo qual modo, hanno portato come effetto secondario a misurare aspetti finora trascurati. Per esempio si è posto maggior cura nella gestione dei costi energetici e alle strategie possibili per ridurle. Da qui il breve passo verso la valorizzazione, anche in termini di comunicazione, di tali informazioni.

Ecco quindi che si vanno moltiplicando i Bilanci Sociali che, con il rigore amministrativo di quelli civilistici, mirano a dichiarare obiettivi sociali, stabilire sistemi di valutazione, benchmark, valorizzazione economica degli interventi pianificati, effetti delle azioni intraprese, e così via.

C’è poco, per il momento, di formalizzato e standardizzato nella redazione del Bilancio Sociale, perché molto ampie e diverse sono le dimensioni da considerare, da quelle aziendali agli ambiti d’applicazione. Soprattutto è difficile la valutazione numerica degli effetti che può apportare, per esempio, un corso di lingua inglese per i dipendenti oppure l’apertura d’un asilo nido per i loro figli.

Il Bilancio sociale, infatti, parla molto spesso di miglioramenti qualitativi della vita di chi lavora in azienda e della comunità in cui l’azienda e i suoi dipendenti sono inseriti. Cose difficili da ridurre a numeri.

Corsa all'etichetta ECO

Vi sono, però, alcune metriche più facili da raggiungere. Come, per esempio, la valutazione espressa da parte di organismi terzi che certificano quanto realizzato con gli interventi di CSR. Anzi, secondo il Rapporto del Sole24Ore citato, sembra che da parte di molte aziende ci sia quasi una "corsa" al bollino di qualità, proprio grazie ai vantaggi che essi apportano all’immagine aziendale e, ancor più, la preferenza assicurata ai prodotti di aziende "certificate" da parte dei consumatori.

È il caso delle certificazioni ambientali EMAS ed Ecolabel, due schemi di certificazione che sono emersi dal Quinto Programma d’azione in campo ambientale messo in atto dall’Unione Europea (1993-2000).

I regolamenti che governano entrambe sono stati profondamente innovati nel biennio 2000-2001 per migliorarne l’efficacia verso una produzione rispettosa dell’ambiente e il consumo consapevole.
Il marchio Ecolabel, soprattutto, rappresentato dalla margherita, che incornicia nei petali il logo dell’Unione Europea, contraddistingue i prodotti e i servizi di qualità ecologica migliori dal punto di vista ambientale perché attesta che hanno un ridotto impatto ambientale nell’intero loro ciclo di vita.

Valore sociale certificato

Altra tipologia di certificazione è quella che viene attestata dai rigorosi controlli che vengono fatti da istituzioni nate a questo scopo. È il caso dell’ICEA, Istituto per la Certificazione Etica e Ambientale di Bologna, che è partner di Valore sociale, un marchio che attesta la correttezza etica delle aziende.

Valore sociale è nata nel 2006 per iniziativa di otto organizzazioni del Terzo settore: Action Aid, Amnesty International, Arci, Fondazione Culturale Responsabilità Etica, Mani Tese, Movimento Consumatori, Movimento Difesa del Cittadino, Ucodep. Associati all’ICEA sono l’AIAB per l’agricoltura biologica, la DIO’ che è il principale ente certificatore greco, ANAB per l’architettura biologica, ACU dei consumatori utenti, Banca Popolare Etica, CSQA certificazioni.

ICEA ha predisposto nell’autunno dello scorso anno uno standard di certificazione che diventerà riferimento europeo il prossimo anno.
Rispettare tali standard non è una passeggiata: sono quindici i punti irrinunciabili per un'impresa che voglia fregiarsi del marchio Valore sociale. Si va dal rispetto dei diritti umani, alla sicurezza, alla protezione dei consumatori e dell’ambiente, alla trasparenza, alla finanza etica, al non utilizzo del lavoro minorile, alla lotta alla corruzione, alla selezione dei fornitori.

Che cosa può favorire l’adozione di pratiche di Corporate social responsibility?

Stefano Zamagni, sempre nell’intervista pubblicata sul Rapporto del Sole24Ore, ha un paio di suggerimenti molto concreti: anzitutto avere un rating sociale con attestati attribuiti da enti privati, autorevoli ed efficienti .

E poi avere una scala premiante. Gli Enti pubblici e gli appalti dovrebbero vedere favorite le imprese che hanno un punteggio migliore perché hanno un rating CRS più alto. In questo modo, per altro, le aziende virtuose potrebbero rientrare in parte dei costi sostenuti per l’impegno che pongono nel rispettare la "responsabilità civile".



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